Ma chi l’ha detto che il trascorrere del tempo porta il progresso dei popoli e il benessere? Di quale progresso si parla? I progressi possono essere molteplicii: nella tecnologia, nella sociologia, nella cultura, nell’educazione etc. non si può includere tutto in un vocabolo solo, è luogo comune che con questa parola si intenda il progresso tecnologico e che implicitamente si trascini dietro tutti gli altri, ebbene, non è cosi’ e quello che leggiamo quotidianamente sui giornali ne è l’esempio. Chi ha conosciuto gli anni 50-60 lo sa bene, tutti gli altri non sapranno mai cosa hanno perduto. In quegli anni le industrie assumevano tutte e non licenziavano gli operai, la lira era in pieno miracolo economico ed era una moneta forte, l’Italia incominciava a motorizzarsi e non mancava la televisione , la lavatrice e il frigorifero, non eravamo dei trogloditi come si potrebbe pensare. Le aziende italiane producevano prodotti italiani, fabbricati da operai italiani ed erano di proprietà di italiani ed esportavano in tutto il mondo. Non c’erano molte case di proprietà ma gli affitti erano più che equi e il fisco non era famelico come lo è oggi, la sanità funzionava anche senza quel buco nero che è il SSN, solo con le casse malattia che garantivano l’indispensabile e non si aspettavano mesi per una visita specialistica. Non esistevano le questue televisive ne quelle stradali con tutto il giro d’affari che oggi ci ruota intorno, al massimo si trovavano le dame di San Vincenzo all’uscita dalla chiesa. Gli anziani non si parcheggiavano in ospedale o all’ospizio per permettere ai figli di andare in vacanza. Gli studenti non andavano a scuola travestiti da straccioni, non si mettevano l’anello al naso ne il chiodo sulla lingua e si alzavano educatamente quando il professore entrava in classe, inoltre davanti alle scuole si vendevano più che altro sigarette di contrabbando e non la droga, infatti non vedevamo larve umane e zombies giacenti sulle panchine dei giardini e nelle stazioni con i volti scavati, gli occhi persi nel vuoto e talvolta la siringa ancora in vena. Sul tram o sul bus si pagava il biglietto, sempre, e si cedeva il posto agli anziani e alle donne incinte. In quegli anni la giustizia funzionava, non impiegava anni e i delinquenti stavano in galera, le donne potevano uscire la sera senza paura e senza necessità di essere scortate. Sapete chi valicava la frontiera allora? Solamente chi contrabbandava cioccolato e sigarette dalla Svizzera. Esisteva anche rispetto per le forze dell’ordine perchè l’ordine c’era veramente e non eravamo sotto il fascismo ed erano gli agenti ad inseguire i teppisti e non i teppisti ad inseguire gli agenti con spranghe e bastoni oggi la legge sembra un concetto demode’. Le auto aspettavano il semaforo verde per passare e non travolgevano i pedoni sulle strisce pedonali, gli impiegati di tutti gli uffici avevano rispetto e ti davano udienza, non ti trattavano come il peggiore dei rompiscatole. Chi non ha conosciuto quel periodo pensa che stia esagerando o che la mia memoria sia fallace e allora per dimostrare l’alto grado di civiltà e rispetto di quel periodo nella mia memoria emerge una vera “chicca”, negli strade delle città esisteva un cartello che riportava la scritta ” ZONA DEL SILENZIO” ed invitava gli automobilisti a non strombazzare o causare rumori molesti per la quiete degli abitanti e il non rispettarlo causava multe sostanziose che, allora, si pagavano. In definitiva, abbiamo acquisito più diritti, la democrazia è cresciuta, possediamo più beni materiali ma credo che tanti italiani, sotto, sotto, non disdegnerebbero di tornare indietro. ( tratto e rinfoltito da uno scritto di G. De Felice)
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